Politiche giovani, non politiche per i giovani

Ecco un articolo che ho scritto riguardo alle cosiddette “politiche giovanili”:

Per una politica giovane, contro una politica per i giovani

I giovani ora

Partiamo intanto da una definizione: chi sono i giovani? Secondo le ultime tendenze sociologiche, le persone dai 14 ai 30 anni sono considerati i giovani, propriamente detti; tale definizione è adottata ormai con continuità anche dallo stato e dall’Unione Europea, quando si definiscono i beneficiari delle cosiddette “politiche giovanili”, o “politiche per la gioventù”. Va detto però che l’ISTAT, nei suoi ultimi studi, inizia a considerare anche le persone fino a 39 anni “giovani adulti”, scelta dettata dalla situazione, tutta italiana, dei cosiddetti “bamboccioni” (espressione utilizzata dall’ex Ministro Padoa Schioppa per indicare quei giovani adulti che faticano a lasciare la famiglia di origine, rendendosi quindi indipendenti).

I giovani italiani, secondo le ricerche demografiche (non ultima la ricerca “scienza e società” di Observa), si sentono lontani dal mondo della politica, sempre più convinti dell’impossibilità di essere protagonisti del cambiamento nella sfera pubblica, cosa che li confina sempre più all’interno della loro sfera privata (si veda, al proposito, “L’ospite inquietante” di Galimberti).

Come spiegare questa chiusura, che sembra quasi disinteresse per la sfera sociale, per le decisioni di interesse collettivo?

All’interno di un panorama sociale, bene descritto da Galimberti nel suo saggio, ritengo di poter rilevare una con-causa nel sistema di politiche sociali e di partecipazione adottato in questi ultimi vent’anni dal sistema politico italiano.

Attualmente: politica per i giovani

Nel nostro sistema politico, infatti, sono gli adulti che elaborano politiche per i giovani: con la visione sociale e culturale degli adulti si attuano politiche rivolte al mondo giovanile, per integrarlo nel sistema socio-culturale degli adulti. Si pensi ad esempio alla propensione, tenuta dai governi di entrambi gli schieramenti, di attuare politiche contro il disagio, inteso spesso come la non-normalità. Nel contempo, solo negli ultimi tempi si è pensato di attuare politiche per la promozione dell’agio, una volta capito (non unanimemente, a dire il vero) che la promozione del benessere è l’arma migliore contro il malessere.

Tutte queste politiche, però, sono attuate con il vizio di cui ho accennato prima: sono politiche pensate dagli adulti per i giovani, non sono politiche pensate con i giovani.

Difetti delle politiche per i giovani

Queste politiche, infatti, rischiano di essere inefficaci, perché non vanno incontro ai desideri, alle necessità, alle passioni dei giovani. Proporre progetti interessanti per gli adulti raramente si concilia con progetti interessanti per i giovani. Si rischia di proporre cose che non interessano ai giovani, progetti che gli adulti leggono come fallimento dei giovani (i giovani non riescono nemmeno ad apprezzare tutti gli sforzi che facciamo per loro) e che rafforzano nei giovani la sfiducia verso la cosa pubblica (sprecano tutti questi soldi per cose che non servono, quando potrebbero spendere per cose utili).

Non c’è via d’uscita da questa spirale di non dialogo, se non la consapevolezza degli adulti che i giovani possono essere una risorsa a cui chiedere, invece che utenti a cui dare.

Giovani come risorsa attiva non considerata

Nel mondo giovanile esiste, in realtà, una pluralità di idee, spinte propulsive, abilità, passioni che non sono considerate dagli adulti. Spesso questi life skills sono considerati dagli adulti elementi di ribellione al mondo adulto, e come tali sono da combattere (ecco le politiche contro il disagio). Ma in realtà tali comportamenti sono spesso contro il mondo degli adulti in quanto il mondo degli adulti ha dato loro segni di sfiducia continui.

Uno sguardo diverso: una politica con i giovani

Per questo è necessario porsi come obiettivo il superamento di questo genere di politiche, l’apertura di una nuova fase di dialogo tra le generazioni che non può non provenire da un’apertura del mondo adulto, consapevole dell’utilità dell’investire nel dialogo. Si tratta di incontrare i giovani, di progettare con essi politiche giovani, abbandonando i pregiudizi e la consapevolezza di essere nel giusto. I giovani devono avere la possibilità di progettare, di elaborare le loro passioni, di sviluppare idee, devono poter anche sbagliare in queste cose: attraverso gli errori commessi in prima persona possono acquisire quelle competenze che permetteranno loro, in futuro, di sbagliare meno e di apprezzare lo spazio pubblico, fatto di successi e insuccessi allo stesso modo della sfera privata.

I giovani che frequento con il mio lavoro sentono fortissimi i valori che tanto vediamo mancare nelle nostre classi dirigenti: l’onestà, la lealtà, la solidarietà. Agli adulti non conviene privarsi di risorse come quelle giovani, conviene tirarsi indietro e lasciare più spazio ai giovani.

Per fare questo però occorre limitare la propria presenza nei posti di potere, lasciare spazio a chi è più giovane e impreparato. Occorre stare con i giovani, chiamarli per progettare insieme e non presentargli i progetti fatti.

Questa strada può sembrare più faticosa, è certamente meno controllabile, ma produce effetti migliori, nel breve ma soprattutto nel lungo termine.

Permette di vedere i giovani non più come oggetto di attenzioni, ma come protagonisti della vita sociale.

Costabissara, 3 luglio 2008

§ Una risposta a Politiche giovani, non politiche per i giovani

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