Ieri sera ho partecipato a un incontro interessante: “quali prospettive per una città di pace”.
Ieri sera ho davvero apprezzato l’intervento di John Giuliari, che parlava in una posizione difficile, dopo che si è preso atto, purtroppo, che la nuova base dell’esercito USA è in costruzione e che bisognerà conviverci. Non è un’affermazione facile, di fronte a una platea di pacifisti, ma è un’affermazione che è incontrovertibile. Giuliari ha dovuto ribattere anche le contestazioni (un po’ demagogiche, a dire il vero) di Cinzia Bottene, arrivata con oltre mezz’ora di ritardo all’incontro: ogni tanto questi ingressi ritardati mi puzzano di ingressi da primadonna, fatti apposta per farsi notare da tutti. Mah, forse sono troppo malevolo…
Comunque, il succo dell’intervento di John è stato questo: c’è una sconfitta del movimento contro la base, dobbiamo capire cosa è andato storto. Dobbiamo capire se noi, che abbiamo lottato contro la base, l’abbiamo fatto nel modo migliore o se avremmo potuto fare qualcosa di diverso. Noi, non chi è favorevole alla base. Noi, che non siamo riusciti a far capire a chi non si è mai opposto alla base le nostre ragioni.
Ecco, secondo Giuliari proprio questo è stato il problema. Non siamo riusciti a portare dalla nostra parte tutta la città, non siamo riusciti ad essere convincenti verso i favorevoli e gli indifferenti. Non siamo riusciti a far valere l’idea che prima dei soldi vengono i diritti.
Di fronte a questi pensieri, alcuni in platea (Bottene in primis) hanno ribattuto che la colpa è stata della chiesa, dei poteri forti, della giunta che non si è impegnata abbastanza con le manovre ostruzionistiche… Insomma, è sempre difficile guardarsi in faccia e capire quali errori si siano fatti; ed è sempre molto, troppo facile, trovare dei colpevoli diversi da noi.
Prendiamo la chiesa, che se da un lato è rappresentata dalla CEI (Bagnasco ieri in un intervento al consiglio permanete CEI, prlando del nostro paese, non ha mai pronunciato la parola guerra, come che l’Italia non fosse in guerra; ha espresso cordoglio per i militari italiani morti ma nemmeno una parola sulle innumerevoli vittime civili della guerra), dall’altro si esprime con associzioni e singoli in grado di testimoniare con forza le ragioni della pace e della nonviolenza (don Albino ha saputo essere un testimone fenomenale nel mese di agosto).
Giuliari ha concluso l’intervento proponendo risposte alla militarizzazione della città: far diventare vicenza una città che promuove, studia, ricerca la pace, la nonviolenza, nuovi stili di vita che si oppongano a quella che Galtung chiama la violenza strutturale. Ecco, chi trova sempre in altri il colpevole riuscirà a entrare in un percorso di nonviolenza, che significa cambiare il proprio modo di vivere per creare le condizioni in cui la violenza non possa svilupparsi? Riusciremo ad accogliere i militari americani che tornano a Vicenza dopo aver fatto la guerra, proponendo loro la nonviolenza? O li accoglieremo con la violenza (fisica, verbale, del muro contro muro), utilizzando il loro abituale modo di relazionarsi, ricreando anche qui la logica della violenza che a parole vogliamo combattere?
Questa base è una maledetta imposizione violenta, ma può essere una risorsa, per creare una città più consapevole della nonviolenza, una città che in futuro, a una consultazione, parteciperà in massa diversamente da com’è accaduto il 5 ottobre 2008.
Buon lavoro, Vicenza!
P.S.: clicca qui per scaricare il testo dell’intervento di Giuliari. Quanti rappresentanti pubblici possono vantare una pubblicazione dei loro interventi così solerte e integrale?
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